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Musica

L'internet ha rovinato Pharrell

Anche lui è caduto vittima dei meme, ed è in gran parte colpa sua.

Vi ricordate com'era la vostra vita musicale, circa un anno fa? Ovunque andaste, non c'era modo di fuggire a quella maledettissima canzone. Sapete quale. Era ovunque: nei bar, nei taxi, nelle feste in casa, nelle feste fuori casa, in radio, dal parrucchiere, in televisione. Potevi imbatterti in quel pezzo, casualmente, mentre passeggiavi contento e inconsapevole in un bel giorno di primavera… "Weeee've come too faaaar…" Te lo canticchiavi continuamente, ti rimaneva incastrato tra i neuroni. Come se l'omino nel cervello portasse un cappellone smisurato e ti sussurrasse in falsetto “You’re up all night to get lucky / You’re up all night to get lucky / You’re up all night to get lucky / You’re up all night to get lucky” in continuazione, finché non impazzivi al punto di voler perdere ogni contatto con l'umanità per non correre il rischio di incrociare di nuovo quel pezzo, fino alla fine dei tuoi giorni.

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La cosa bella di tutto questo è che, pure se odiavi questa filastrocca assassina con tutto il tuo cuore, in fondo, non si sa come, la amavi (ammetterlo è il primo passo verso la guarigione, in molti si sentono così, non te ne devi vergognare). "Get Lucky" dei Daft Punk è un mostro della cultura pop il cui potere è durato per mesi, direi quasi un anno. Vi ricordate il teaser che hanno presentato al Coachealla? Ha dominato Internet per settimane. Vi ricordate di quando ogni sito di musica parlava di come Random Access Memories sarebbe stato il White Album del Duemila, pur avendone sentito solo un estratto di un minuto? Vi ricordate di quando, un sabato sera qualsiasi, io e i miei amici abbiamo messo quel pezzo in repeat 60 volte, e, giuro, ce lo siamo ascoltato 60 volte di fila (non che ci sia bastato)?

Tutti sono impazziti per “Get Lucky” come se Psy avesse unito le forze di "Gangnam Style" con quelle di Carly Rae Jepsen e la sua "Call Me Maybe". Oltretutto la hit non proveniva da una qualsiasi popstar, ma da due produttori con i controcazzi come i Daft Punk.

Haha, adesso state di nuovo in fissa.

È strano, perché “Get Lucky” è molto figa, ma ridotta all'osso non è molto di più di un jingle pubblicitario per un gel per capelli. È ripetitiva, non ha nulla di particolare ed è la colonna sonora perfetta per situazioni profonde come un barbeque o la spesa al supermercato. Quindi, allora, perché ci piaceva così tanto, perché ha dominato le discussioni, anche profonde, sulla cultura pop per così tanto? Una delle ragioni principali di questo successo è abbastanza evidente: i vocal di Pharrell, che a quanto pare è l'uomo più figo del mondo. O forse è meglio dire "era", finché la sua figura non ha iniziato ad essere rappresentata da un cappellone.

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Fino allo scorso anno ci eravamo completamente scordati di Pharrell. Ok, qualche blogger rap ha raccontato del suo liquore Qream, ma il resto del mondo si è dimenticato di questo producer con un talento incredibile, uno degli uomini più influenti nella musica degli scorsi 20 anni. Prima che riemergesse un anno fa, se ne stava lontano dai riflettori, nonostante abbia prodotto per un sacco di artisti (Frank Ocean, The Game, Mac Miller, Waka Flocka Flame, ecc). Ha anche fatto da assistente ad Hans Zimmer mentre componeva le musiche per gli 84esimi Academy Awards ed era ovunque e da nessuna parte allo stesso tempo. E poi è arrivata "Get Lucky" e lui è esploso.

Una volta che quella cosa ci è entrata in testa, da qualsiasi parte del mondo si sollevavano voci di social network nuovamente impazziti per Pharell. Ognuno ne voleva un pezzettino. Nitsuh Abebe ha scritto una monografia su di lui per il New York magazine, raccontando nel dettaglio le sue abilità come produttore e illustrando ogni suo talento in pompa magna. BuzzFeed ha scritto una lista sul modo in cui Pharrell non invecchi mai. E io? Mi ricordo quella volta che è arrivato in ufficio mentre ero uno stagista da Rolling Stone per far assaggiare Qream, e mi sono pentito di non averne approfittato per una selfie in tempi non sospetti. E poi è stato risollevato da un buon vento pop che gli ha permesso di fare un centro dopo l'altro, anche con la produzione di "Blurred Lines," l'altra hit dell'anno.

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Insomma, il 2013 è davvero stato l'anno di Pharrell. Ma poi è accaduto qualcosa.

La percezione di Pharrell è iniziata a cambiare, fino a concentrarsi su una cosa sola: il cappello. Quello stupido, merdoso cappello. Un cappello così grosso che potrebbe servire come scialuppa di salvataggio. Un cappello così degno di meme che è diventato trending topic in tutto il mondo dopo qualche minuto dalla sua comparsa ai Grammy. Ognuno di noi pensava che quel cappello fosse uno scherzo, allora, e ci ridevamo su. Ma poi lo scherzo si è prolungato, e dura ancora.

Ma basta.

La cosa più frustrante è che non doveva andare così. La motivazione per cui Pharrell inizialmente ha indossato quel berretto era un tributo a Malcolm McLaren e la Rock Steady Crew, una delle crew più fighe per la breakdance dei primi anni Ottanta. Il cappello arriva dalla vintage collection di Vivienne Westwood, e la decisione di omaggiare il passato in un modo così leggero e delicato è una mossa tipica da Pharrell, uno che sa cos'è figo e cosa no. Solo che, per come vanno ora le cose nel mondo della comunicazione e di Internet, le sottigliezze dell'omaggio cappelloso di Pharrell si sono immediatamente perse e sono sfociate in un mare di meme. Anziché darsi un tono e spiegare, con calma, le motivazioni per cui lui e il suo cappello sono oramai una cosa sola, o farsi un attimo da parte, come avrebbe fatto un tempo, il nuovo Pharrell non ha fatto altro che arrendersi al fatto che sarebbe diventato un meme. Da lì in poi il cappello ha preso il sopravvento sulla volontà di Pharrell. È riuscito a esportare il cappello anche in progetti altrui, tipo il video di Future per "Move That Dope". Il cappello è OVUNQUE.

Quindi ora, nonostante Pharrell abbia collezionato un'altra hit da numero uno, la deliziosa e discreta "Happy" e nonostante nessuno abbia mai messo il suo talento in discussione, quando penso a Pharrell e alla sua vocina, la verità è che mi sento male. Non lo sopporto più. Non lo voglio più vedere, non voglio leggere nulla su di lui e sul suo cappello, non me ne frega un cazzo di quello che sta facendo. L'ultima cosa che voglio vedere è quella lagna patetica di lui che si commuove da Oprah. Mi dà un fastidio ancestrale. Sono diventato allergico a Pharrell. L'idea di ascoltare un suo pezzo mi fa rivoltare lo stomaco. Internetl'ha ridotto a una gif Tumblr umana che è stata ripostata un po' troppe volte. E lui non ha fatto nulla per contrastare questo processo! Il suo nuovo album GIRL è un grosso mashup di canzoni che non sono nulla di diverso da pezzi più mosci di altre sue produzioni. Sì, Internet ha rovinato Pharrell e in qualche modo Pharrell ha riflettuto questa sua nuova inutilità nel suo inutile album. Che fa veramente pena.

Ok, forse sto invecchiando, ma sono stanco della memeificazione di tutto ciò che amiamo. Scrivere un pezzo sul perché Pharrell non sia più sopportabile per colpa di un cappello fuori misura ed essere di conseguenza fissato nella memoria collettiva come una caricatura di se steso è un'attività abbastanza ridicola. Lo so. Però mi sta sulle palle, e mi sono sentito in dovere di scriverlo perché questo procedimento è esemplificativo del modo in cui la cultura di massa procede, oggi. I nostri interessi si riducono sempre di più a categorie e simboli privi di significato. Il potenziale virale di ogni cazzata è spaventoso: qualche volta porta cose buone, come quando ci fa ricordare che abbiamo un ottimo produttore sulla faccia della Terra, che è Pharrell Williams, altre volte porta a ridurre ogni cosa ai suoi minimi termini caricaturali e non riuscire più a pensare al grande produttore senza pensare al suo grande cappello. O al suo merdosissimo liquore Qream.